martedì 11 marzo 2008

Southland Tales di Richard Kelly (2006)

Truffaut amava usare la definizione di grande film malato per tutti quelle opere circoscrivibili all’insieme dei capolavori abortiti. Per troppa sincerità, per eccesso di ambizioni o per semplice sfortuna. Southland Tales rientra perfettamente in questa categoria, andandosi a candidare come perfetto cult movie del domani. Quello di Richard Kelly è un lungometraggio dove l’eccessiva aderenza a una personalissima idea di cinema e sceneggiatura porta a un risultato esattamente sulla mediana tra pietra miliare e tonfo indifendibile.



Un eccesso di personaggi (pornostar, scienziati, attori, rivoluzionari, reduci,…) inseriti a forza in un contesto (poco) fantascientifico, ingarbugliati in una sceneggiatura che si bea dei suoi buchi e delle sue incongruenze. Deleterio provare a spiegare di più prima della visione.



Esattamente come nel Resurrection of the Little Match Girl (2002) di Sun Woo Jang un accumulo fuori controllo di visionarietà ha portato un risultato innegabilmente affascinante, esplicativo dei tempi confusi in cui viviamo. Si tratta di opere che hanno dalla loro una ricerca maniacale per l’iconografia di mondi alieni, generati dalla fusione impossibile tra sensibilità pop e introspezione ermetica. Squarci imperfetti su di un linguaggio che non fa che restituirci, opportunamente mediata, la realtà. Non a caso in entrambi i film i medium extra cinematografici la fanno da padrone: videogiochi, televisione, riprese amatoriali, narrazione letteraria, tutti piegati alla volontà di registi demiurghi di universi paralleli. E così scompaiono ritmo, climax, costruzione dei personaggi. In Southland Tales la recitazione è talmente sopra le righe da sfiorare in più punti il dilettantesco, la ricerca spasmodica di novità invade impunemente i territori del kitsch e del camp. Come trovarsi di fronte a una versione sotto anfetamina degli incubi di David Lynch.



La sensazione che rimane appiccicata addosso ultimata la visione è quella di non aver compreso perfettamente quello che i nostri sensi (iper stimolati e quindi inaffidabili) hanno catturato, impossibile cercare di estrapolare un giudizio ultimo dal labirinto di pensieri che ci offusca la mente mentre, laconicamente, i titoli di coda scorrono su sfondo neutro. Ci si deve affidare unicamente al canone convenzionale, analizzare movimenti di macchina, raccordi e messa in scena. Ma lo standard vacilla, non ci sono punti di paragone a cui ancorarsi. Se tutto è così altro, allora le scale di valore tradizionali hanno ancora un significato? E’ il caso di erigerne di nuove oppure è meglio lasciar perdere e concentrarsi sul prossimo spettacolo? Limitarci a godere dell’eccessiva durata di Southland Tales (ma anche di Resurrection of the Little Match Girl) come puro spettacolo visivo oppure puntare alla vivisezione?



In entrambe le opere l’atmosfera da apocalisse (fisica, ma anche di significato) imminente è palpabile, generando una tensione paragonabile solo al magnifico Kairo (2001) di Kiyoshi Kurosawa o al Seme della Follia (1995) di John Carpenter . E forse è questa la vera chiave di lettura: perché cercare un senso nella fine di tutto?




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